FEMMINICIDIO

Ciudad Juárez è una delle città più grandi del Messico, città di frontiera con gli Stati Uniti, dal 1993 al 2003 è stata teatro dell’uccisione di 285 donne. Negli anni sessanta sono nate le grandi industrie manifatturiere, con prevalentemente donne lavoratrici, questo  ha portato ad un riassestamento nei tradizionali ruoli di genere. In questo contesto nacque  il termine “femminicidio” che sottolineava la relazione diretta tra i cambiamenti della società, il maschilismo che la domina, le disuguaglianze sociali e il grado di violenza che si genera.

Femminicidio è quindi un neologismo che viene da lontano, ed  ha assunto un forte significato politico a livello globale. È una parola che ci racconta come la violenza contro le donne coinvolga tutti, donne e uomini. Basta parlare di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza è un problema strutturale.

I casi di femminicidio nel 2012 sono stati 124. Nel 2013 viene uccisa una donna ogni tre giorni. Nessun “gesto di follia”, nessun “raptus”, nessun delitto passionale. Il femminicidio parte dalla cultura di dominio maschile sulle donne, contro la loro indipendenza, libertà di scegliere e di decidere.

La Boldrini, ricordando con un minuto di silenzio Fabiana ,in apertura del dibattito per la ratifica della Convenzione di Istanbul, ha detto che «l’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne»” e che “nessuna violenza può essere debellata fino a quando il rapporto uomo-donna non si libererà di concetti come subalternità e possesso”.

“Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge nella Convenzione di Istanbul – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. Inoltre “La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato”, e che comprende “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

Prevenzione, punizione dei colpevoli, protezione delle vittime sono i tre punti su cui lavorare.

La maggior parte delle donne uccise aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che hanno ricevuto un aiuto inadeguato. Bisogna assicurare che i pubblici ufficiali, specialmente i funzionari delle Forze dell’ordine ed i professionisti del settore giudiziario, medico, sociale ricevano una sensibilizzazione sistematica e completa su tutte le forme di violenza nei confronti delle donne.

Riconoscimento del ruolo delle case e centri antiviolenza. Campagne di prevenzione e sensibilizzazione a partire dalle scuole. Misure di autoregolamentazione nel mondo dell’informazione e pubblicitario contro modelli stereotipati e sessisti. Assicurare accesso gratuito alla giustizia e protezione legale per le donne che denunciano.

Questi solo alcuni degli ambiti e delle priorità su cui intervenire, parlare  della violenza, capire il nesso tra cause ed effetti , è la strada giusta per  non avere più paura.

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